Fondi di investimento: il raffronto Italia-Europa

Data di pubblicazione: 16/02/2021

L’industria italiana del risparmio perde punti rispetto ai principali competitor europei.

Il centro studi di Tosetti Value, uno dei principali Multi-Family office in Europa, passa in rassegna le performance (e anche i costi) di tutti i prodotti Ucits distribuiti in almeno un Paese europeo, classificati long-term fund, attivi e passivi (con esclusione degli Etf), gestiti dalle prime 250 società per attivi e che compie tre anni. I dati non stupiscono più di tanto, perché riflettono il novembre da record messo a segno dalle Borse. Il rally ha infatti permesso ai fondi europei, storicamente più sbilanciati sulla componente azionaria (vale il 43,4% degli investimenti complessivi) di colmare il divario in precedenza accumulato rispetto ai prodotti di risparmio del nostro Paese, distribuiti in modo tradizionalmente più prudente (17,7% di quota azionaria a fronte di un 33,5% investito in bond).

Il dettaglio fra le singole case di investimento conferma l’importanza della ripartizione dei portafogli e denota un’elevata dispersione fra le performance, che riflette a sua volta la diversa risposta e l’abilità dimostrata nell’affrontare le situazioni di mercato complesse succedutesi nei mesi caratterizzati dalla pandemia. Morgan Stanley rappresenta infatti il caso più eclatante, perché il +19,2% registrato in media dai suoi prodotti nel 2020 è stato realizzato grazie all’apporto rilevante di una componente azionaria.

La contrapposizione con l’Italia è in questo frangente altrettanto evidente perché i rendimenti offerti dai nostri portafogli - che in alcuni casi destinano alla componente equity appena il 4,5% e lasciano sui bond fino al 39% - hanno sì mostrato un grado di dispersione inferiore, ma restano ben più modesti, con incrementi che non si spingono oltre i pochi punti percentuali e addirittura alcuni casi di performance negative su base annua.

Il bilancio (e i costi) del triennio. Cento euro impiegati nel gennaio del 2018 si sarebbero in media trasformati al termine di questo lasso temporale in 104,51 euro se affidati a una società di gestione italiana, mentre nel caso si fosse scelta una delle Top 30 europee (insieme che comprende il solo Gruppo Intesa fra i nostri asset manager) il montante medio si sarebbe spinto fino a 114,36 euro. A fare la differenza, come si è visto per il 2020, sono in primo luogo le diverse strategie, ma non solo: nell’arco triennale i costi fissi hanno sottratto fino al 6,88% a performance cumulative già meno brillanti: una zavorra che l’industria italiana del risparmio continua a trascinarsi sulle spalle e che finisce per compromette inevitabilmente anche l’efficienza dei prodotti distribuiti ai clienti.

(Fonte: Il Sole 24 Ore)

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