Export, punto di forza delle imprese lombarde

Data di pubblicazione: 06/11/2019

Confindustria Lombardia analizza il "tasso" di internazionalizzazione delle imprese.

Per l’impresa lombarda l’internazionalizzazione, lungi dall’essere soltanto un’attività residuale, rappresenta piuttosto un elemento fondante di sopravvivenza e crescita: 21 paesi serviti, che insieme valgono poco meno della metà dei ricavi aziendali, con un raggio d’azione che per i primi cinque mercati di sbocco supera i 2500 chilometri.

Sono dati che emergono dal rapporto sul tema realizzato da Confindustria Lombardia in collaborazione con Sace-Simest e Ispi, e con il coordinamento scientifico di Assolombarda. Sono state analizzate 1700 aziende del territorio, per l’82% classificate come internazionalizzate, cioè presenti con una o più modalità anche oltreconfine.

Se nella modalità più frequente (l’export, con il 94%) non vi sono fratture rilevanti, per le modalità più complesse, come la presenza produttiva diretta, la dimensione è discriminante. A combinare import-export con presenza commerciale e produttiva diretta è infatti il 21% delle grandi ma solo l’1% delle microimprese. Diversificare i mercati di sbocco consente di ridurre i rischi; operazione che riesce soprattutto alle grandi aziende, presenti mediamente in 36 mercati diversi, ventaglio di possibilità che si riduce a 9 per le microimprese.

Queste ultime tuttavia riescono a sfruttare le peculiarità del territorio in modo indiretto. Se il 95% delle imprese non internazionalizzate che lavora in subfornitura ha il proprio committente principale in Lombardia (56%) o comunque in Italia, per un terzo del campione questo è un trampolino per arrivare sui mercati esteri. La filiera locale è considerata strategica non solo per prossimità ma anche per qualità e competenza. La dimensione è ad ogni modo rilevante anche nel definire l’impatto sui ricavi, con il peso delle vendite oltreconfine che passa dal 39,7% delle realtà minori al 60,1% delle aziende maggiori.

Occorre continuare a investire, perché a maggior ragione in un paese come l’Italia, povero di materie prime, è la competitività internazionale l’obiettivo chiave. Per questo motivo ci si auspica che le istituzioni sostengano l’industria e forniscano un quadro di certezze.

(Fonte: Il Sole 24 Ore)

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